IL MANIFESTO (11/11/2008)
Botticino festival, torna di moda il gusto free jazz
Che il pianoforte avesse alcuni problemi con il free jazz è da tempo noto a tutti gli appassionati. Dal mondo del free il pianoforte, non fosse per la magnifica eccezione di Cecil Taylor, sarebbe sparito. Ora, a Botticino Jazz (festival neonato) scopriamo che esso non va nemmeno ben d'accordo col verso poetico, se anch'esso non è free. Due delle tre serate della rassegna che si è svolta nel teatro neo-bahausiano della città, vedevano sul palcoscenico Amiri Baraka che è salito sul palco affiancato da William Parker, Dave Burrell e Darryl Foster, offrendo un'applaudita performance di testi suoi lunghi, ma anche dei fulminanti Lowku, un po' Dirty dozens un po' Zirudele. Lui li spiega così, come frutti di un vecchio amore per gli Haiku orientali, dalla cui pronuncia, uguale a quella di High Ku (alti Ku), ha tratto l'idea per il nome dei propri «bassi Ku», chiamandoli appunto LowKu. Bassi un po' semplicemente per gioco, ma anche per realismo di immagini e per quel che esprimono, un po' surreale, ma sempre connesso con le condizioni di vita che il potere infligge negli Usa ai negri. Su questi testi la musica non aveva nessuna libertà d'organizzarsi, ma erano essi a deciderne la scansione. Liberi nel colore, i suoni degli strumentisti non potevano essere più che la trama e l'ordito per la composizione verbale, versi e stanze. In controtendenza con gli altri festival, Botticino ha rivolto la propria attenzione all'ultima grande eredità musicale nero americana, cioè sostanzialmente al free jazz. Ma il free è una musica che non è un genere, ma che a questo spesso si riduce. Ostacolato ovunque, inoltre il free ha accumulato rancore e rivalsa e non sembra più capace di sogno e allegria. Al sogno ci pensa un po' Fabrizio Puglisi che entra in un'infantile stanza dei giocattoli, ma trasforma il wonderland in un'allucinazione. All'allegria la big band finale che, pur guidata (si fa per dire) da William Parker scantona in un mondo alla Blues Brothers, tutto riff & stomp. Ascoltato il quartetto di Amiri Baraka, che ha condiviso la prima con quello di Corrado Guarino, la serata successiva ha portato sulla scena le canzoni di Dave Burrell, con la voce di Leena Conquest e la tromba di Lewis Barnes, e, a seguire, il trio di Sabir Marteen, William Parker ed Hamid Drake. -L'applauso del pubblico accompagna ogni performance, ma si nota una certa simpatia più calorosa per il più che ottantenne poeta nero americano, la cui voce ha ormai una consuetudine col palcoscenico tale per cui tende a trasformarsi in canto. William Parker fa un po' troppo il simpaticone, nel caso dimenticandosi della musica sicché sembra incredibile che possa presentarci some suo assolo un lungo walking bass, proprio di maniera; Hamid Drake è una fucina batteristica instancabile, un vero virtuoso dello strumento, capace di rinnovare continuamente le figure ritmiche, anche quando il tutto prende un po' troppo un carattere swing era. Più facile si fa la musica, però, più il pubblico si sente libero di godersela.
Giampiero Cane
ALL ABOUT JAZZ ITALIA (10/11/2008)
Botticino Jazz
Un’immagine resterà di questo primo Botticino festival. Amiri Baraka in piedi, al centro del palco, la mano sul microfono e la voce tremante: «l’America e il mondo sono a un bivio. Obama è il figlio del reverendo King e dei movimenti per i diritti civili degli anni sessanta. È l’ultima occasione per cambiare». Oggi, a una settimana da quell’anatema, con il primo presidente di colore pronto a insediarsi alla Casa Bianca, tornano in mente le parole del predicatore Amiri. Lunga vita al suo coraggio, al suo spirito indomito. Lunga vita alla coscienza vivente del popolo afroamericano, alla doverosa violenza della sua poesia e all’America che ha scelto di cambiare. Botticino Jazz prima edizione. Un’iniziativa coraggiosa in una città, Brescia, culturalmente narcotizzata, saccheggiata dalle grandi mostre e da una mania di opulenza francamente patologica. Protagonisti del cartellone del neonato festival William Parker e soci, ma non solo. Onore e onere dell’apertura per il quartetto di Corrado Guarino, con Stefano Bertoli alla batteria, Tito Mangialajo al contrabbasso e Guido Bombardieri al sax contralto e clarinetto. Bresciano d’adozione, il pianista messinese si è esibito in un caloroso omaggio all’arte di Andrea Pazienza, con tanto di opere del geniale fumettista proiettate durante la performance. Grande attenzione per la scrittura e gli arrangiamenti, indiscutibile gusto e sobrietà, per un jazz strutturato riconducibile a certo modern mainstream americano. Notevoli alcuni passaggi al clarinetto e al contralto di Bombardieri, così come alcune soluzioni ritmico-armoniche del leader: un concerto stimolante e mai banale. Emozionante, a seguire, l’esibizione del quartetto del poeta Amiri Baraka, e non certo per la colonna sonora offerta dal trio William Parker, Darryl Foster, Dave Burrell, poco più che semplici orpelli. Il profeta del black jazz, 74 anni suonati, ha vomitato sulla platea la dirompente forza delle sue liriche, con immutata rabbia e incredibile energia. Riferimenti biblici, angeli neri, visioni apocalittiche, nomi e cognomi sul banco degli imputati, versi indecenti e - un toccasana in questi tempi di fangoso politically correct - meravigliosamente scorretti: Baraka la furia non ha risparmiato nessuno. «Somebody Blew Up America!», come non credergli. Di tutt’altro genere il duo Dave Burrell-Leena Conquest, esibitosi in apertura alla seconda serata. Ospite della rodata coppia, per un paio di soffici canzoni in trio, il trombettista Lewis Barnes. Luci soffuse, fumo in sala e tumbler pieno di whisky, per un’ora di melliflue ballate e carezzevoli melodie. Delicato, ma un paio di sbadigli, lo confesso, mi sono scappati. Dal dolce abbraccio della Conquest alla furia del quartetto di Sabir Mateen: a completare i ranghi della formazione la coppia Parker-Drake, con la tromba di Corey Wilkes ospite a sorpresa. Free incendiario e senza compromessi, con la sezione ritmica a regalare alcuni dei momenti migliori dell’intera rassegna. Dell’intesa telepatica tra Parker e Drake si è scritto fin troppo, ma l’esibizione regalata al pubblico di Botticino ha superato ogni attesa. Cavalcate ipnotiche, tumultuose danze tribali, vulcaniche eruzioni di travolgente magma ritmico, un’ispirazione pura e gioiosa come non capitava di vedere sgorgare da bel un pezzo. Certo, ne hanno sofferto i fiati, relegati ai margini del palco e della musica (decisamente meglio Wilkes, talento cristallino, dell’abulico Mateen), ma in fondo ne è valsa la pena. Decisamente da ricordare anche il set proposto da Fabrizio Puglisi e la sua schiera di pianoforti giocattolo, carillon, pupazzetti a molla, un babbo natale musicale, un pappagallo, un canarino e mille altre diavolerie. Sul fatto che il pianista bolognese sia una delle menti più lucide e geniali in circolazione non si discute: l’assoluta padronanza dello strumento, la tridimensionalità del pensiero musicale, l’imprevedibilità tipicamente dada acquisita sui banchi di scuola olandesi, un senso ritmico del tutto singolare, il gusto spiccato per la melodia, ne fanno un artista completo e maturo. Due corpose improvvisazioni e un’interpretazione ludica della bellissima “Puntolinea” nella prima parte del concerto, mentre nella seconda al piano di Puglisi si è aggiunta la batteria di Drake: e quel che ne è seguito, progetto originale del festival, è stato forse l’apice dell’intera tre giorni. Mezz’ora intensa, grondante inventiva, giostrata con una confidenza e un’empatia da far pensare ad anni di collaborazioni. Spigolate improvvise, martellanti accelerazioni, intervalli meditabondi, dolci astrazioni: stupendo! E dopo cotanta manna, non poteva che chiudersi con proverbiale botto la prima edizione del festival jazz di Botticino. E l’ottetto di William Parker - The Inside Songs of Curtis Mayfield - ha garantito un concerto di chiusura ad alto voltaggio, anche se, in tutta onestà, l’esibizione nella prima mezz’ora ha faticato a decollare. Il finale in crescendo ha comunque regalato la consueta dose di energia e confermato l’impatto devastante della formazione. Valore aggiunto, come al solito, le declamazioni bellicose di Baraka, la cui enorme stazza artistica e umana ha condizionato e segnato la riuscitissima tre giorni bresciana.
Luca Canini.
Recensione All About Jazz
Ulteriori immagini tratte dal festival sono disponibili nella galleria immagini: Capitolo I e Capitolo II.
Amiri Baraka inaugura la prima edizione del festival di Botticino
Amiri Baraka e Andrea Pazienza: sono stati loro i protagonisti "storici" della serata d’apertura del Botticino Jazz Festival, a due passi da Brescia. Il disegnatore italiano nell’omaggio dedicatogli dal quartetto del pianista Corrado Guarino: coeso nelle strutture elaborate ed ispirato nel “musicare” le illustrazioni del fumettista, illuminate con particolare risalto da Guido Bombardieri, sassofonista ancora troppo poco noto. L’artista africano-americano in seno al suo ultimo quartetto, che allinea i sax di Darryl Foster, il pianoforte di Dave Burrell ed il contrabbasso di William Parker. E se tra i due protagonisti si volesse cercare un denominatore comune, questo potrebbe trovarsi nel totale rispecchiarsi delle loro vite nella propria opera, senza compromessi. Un’assoluta dedizione che permette alle immagini di Pazienza di stagliarsi ancora perfettamente vive nell’immaginario contemporaneo, a vent’anni dalla scomparsa, ed all’opera poetica di Baraka, settuagenario, di toccare i nervi scoperti della società americana. A più di 40 anni dalla October Revolution in Jazz, l’ottobre di Botticino, nelle parole di apertura dell’anziano “uomo di blues”, riconquistata la propria sensibilità politica, indica in Barak Obama l’ultima chance democratica, lasciando al reading di cinque lunghe poesie la peculiare declinazione delle istanze sociali e culturali. I sopratitoli della traduzione non rendono però un buon servizio alle liriche graffianti: fuori sincrono, distolgono l’attenzione dalla verve recitativa (meglio sarebbe stato fornire i testi in un programma di sala). E così la musica, temi noti in un’interpretazione esornativa, che non riesce mai a risalire da mero sottofondo al libero pensiero del poeta, che canti di Luther King o Fidel Castro, di Ku Klux Klan o James Brown.
Luigi Radassao
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